Michele Ainis, noto costituzionalista italiano, ha pubblicato un suo editoriale sul ruolo e sulle responsabilità di politica e scienza nella gestione e nella soluzione della crisi attuale. L’editoriale di cui personalmente condivido l’argomento di fondo, fa uso di diverse semplificazioni e stereotipi su cui vale la pena dire due parole.

1) La “scienza” non è unitaria, nel senso che ci sono scienziati e scienziate che lavorano all’interno di diverse discipline, ognuna con dei parametri e dei sistemi di valutazione (e linguaggi, che equivalgono a pratiche e significati) assai disomogenei. Una virologa, non è una immunologa. I termini non sono sinonimi. Così come una persona che studia l’effetto dei farmaci sul virus non è necessariamente esperta di igiene e profilassi. Dunque, dire che la “scienza fa”, la “scienza dice” la “scienza suggerisce” è di per sé una semplificazione fuorviante.

2) Ne consegue che le controversie, i dibattiti, e le divergenze di opinione fanno parte della scienza. Il fatto che gli scienziati nei loro lavori finali (molto spesso quando presentano i loro risultati al pubblico) tendano a mostrare quel che funziona, piuttosto che quello che non funziona, non elimina le divergenze, i test, ed i risultati negativi attraverso cui sono dovuti passare per poter arrivare ad un determinato obiettivo.

3) La scienza è un’attività sociale, come tutte le altre. Per attrarre finanziamenti e per dimostrare l’utilità di ciò che fanno, gli scienziati hanno bisogno di attrarre risorse. Gli interessi, pace Merton, fanno parte del gioco. E in una società in cui tutti pensano che il mercato sia il modo più efficiente di organizzarsi, anche la scienza sottostà alle sue regole, ed alle sue miserie, a partire dai tagli che ogni anno il governo italiano attua in nome della stabilità del bilancio.

4) L’articolo di Nature citato da Ainis dice cose un po’ più complesse di quelle che Ainis stesso dà ad intendere con le sue semplificazioni (certo dettate dagli spazi esigui di un editoriale). Per cui dire che la scienza ha bisogno di un bagno di umiltà perché non è efficace e non produce la conoscenza che promette mi sembra una valutazione sommaria fatta da chi quel mondo lo ha studiato poco.

5) Morale: condivido il punto fondamentale che la politica non può trincerarsi dietro gli esperti, aspettando che questi ultimi dicano una parola definitiva su tutti i temi sollevati da Ainis (fenomenologia del virus, cure, vaccino, etc….). Se i politici vogliono certezze assolute, in questo momento non possono averle dagli scienziati, perché stanno ancora studiando un fenomeno che conoscono pochissimo. I politici devono prendersi la responsabilità di decidere in base alle informazioni che hanno. Non farlo equivale ad abdicare alle loro responsabilità.

6) Il metodo scientifico non è un meccanismo che esiste al di fuori delle comunità scientifiche. Non c’è una verità del metodo scientifico che esiste indipendentemente dagli scienziati che ne fanno uso. Lo stesso Popper, fin troppo citato e spesso a sproposito, diceva proprio nella Logica della Scoperta Scientifica che il metodo ha a che fare soprattutto con il patto morale che obbliga i membri delle comunità scientifiche a seguire i criteri di valutazione e validazione che si sono dati. Per cui Ainis riporta correttamente la frase di Popper che l’oggettività della scienza è un ideale, piuttosto che la verità. Ma, aggiungo io, questo non significa che la scienza non sia fondamentale (uso il singolare per comodità, ben inteso).

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